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L’errore tragico

In Society on March 8, 2005 by Pino

Niente dietrologie, esco con le mani alzate, mi arrendo al grottesco atto finale del dramma. Accetto la tesi del tragico errore, della fatalità, della tragica incomprensione. È stato un errore. Uno. Di una pattuglia inesperta e non informata. Due. Probabilmente di ragazzini spaventati e impasticcati col grilletto facile. Tre. Quella specie di killer ventenni che ci ha raccontato il marine Jimmy Massey su questo giornale in un’intervista da accapponare la pelle. Bravi ragazzi del New Jersey o della Florida che spengono il telefono ai feriti che chiedono aiuto, che li lasciano a perdere sangue mentre aspettano ordini. Un errore usare l’artiglieria pesante, un errore sbarrare la strada a qualunque macchina o convoglio. Un errore le regole di ingaggio dello sparare a vista, un errore il cartello al check-point con scritto: licenza di uccidere. È stato un errore per decine di macchine e per decine di famiglie, per migliaia di civili, centinaia di persone che per campare sono finite perforate da tragici errori. Dieci, cento, mille assurde fatalità che se le metti tutte insieme fanno la guerra, la madre di tutti gli errori. Il tragico errore dimostra alcune cose. Le forze imperiali non guardano in faccia a nessuno, noi siamo alleati, sì, ma non proprio «dei loro». In più, trattiamo, paghiamo riscatti, ci muoviamo con competenza e discrezione invece di fare irruzione con le bombe a mano. Hanno uomini, gli alleati, come questo mister Calipari che padroneggia l’arte della trattativa, abilità che l’Impero non considera abbastanza maschia e muscolosa. Non ci perdonano, gli imperiali, questa differenza di stile, questa deroga alla legge del più forte che può essere piegata alla legge del più intelligente, del più abile. È uno stile che ci mette un niente a diventare metodo, e forse anche ideologia: la dimostrazione sul campo che la «politica», l’accordarsi, il trattare, paga più della mitragliata e del bombardamento.
Un concetto che può minare alle basi la filosofia imperiale della guerra preventiva. Se passa questa logica, l’Impero sembrerà finalmente quello che in effetti è: un militare, e anche piuttosto ottuso. Dal tragico errore emergono chiare alcune cose. Che noi siamo meglio di loro, che persino nella follia stupida e interessata di questa guerra, e nella nostra sciagurata partecipazione, e nell’adesione miope e pecorona, noialtri alleati dell’Impero siamo un pochino meglio degli imperiali. Magra consolazione, che però può servire a qualcosa. Si parte in guerra con l’Impero per convenienza o per paura, o per un miscuglio delle due cose, o perché si fa parte del sistema politico e territoriale dell’Impero, perché si valuta che una vittoria dell’Impero sarà pure una vittoria nostra, che ne trarremo dei benefici. Ora che per tragico errore – ma anche per perfetta metafora – l’Impero ci spara addosso, le cose suonano un po’ diverse. Nelle pallottole che hanno ucciso Calipari, ferito i suoi uomini e colpito Giuliana c’è tutta quella differenza tra noi e loro, perché siamo alleati, e sodali, e complici, siamo un po’ imperiali anche noi, ma non siamo l’Impero, siamo mano d’opera a cottimo. Che sia chiaro, e se non è chiaro tutto ciò verrà sottolineato a pistolettate.
Dai più alti scranni del cerchiobottismo ora ci ammoniscono: che questo tragico incidente non divida il paese né diventi faccenda politica. Questo sanguinoso quiproquò non sia pretesto per dare fiato al pernicioso antiamericanismo. Ammonimento un po’ stantìo, direi démodé e fuori luogo, oltre che mediocremente furbetto. Qui si tratta, invece, di capire cosa diavolo ci facciamo lì, agli ordini di truppe un po’ isteriche e molto feroci, in balia di un’ideologia aggressiva che non è esattamente la nostra, ad aiutare il compiersi di un disegno planetario di dominio che ci frutterà al limite qualche litro di benzina e la sempre più appiccicosa complicità agli imperiali.
Proprio un tragico errore, mi arrendo, accetto la tesi del Pentagono. Umano, umanitario, ideologico, culturale, militare e politico. Un immenso errore senza ritorno. La guerra.

Alessandro Robecchi – Il Manifesto, 7 Marzo 2005

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